lunedì 7 aprile 2014

In a photograph of time

Ci sono strade di fuoco che osserviamo dai margini.
Siamo degli animali in gabbia, seduti sulle nostre paure e in attesa di un movimento.
Parliamo del fuoco ma non sappiamo toccarlo, ne intuiamo la bellezza, ma non ne conosciamo la densità. E senza il tocco, non possiamo conoscere.
Costruiamo nuove parole e inventiamo nuove storie, ma restiamo insoddisfatti perché siamo animali desideranti e quello che vogliamo é il fuoco.
Poi accade un piccolo miracolo.
Un movimento ci cattura e notiamo un corpo che si distingue dalla folla.
È un'anima temeraria, con lo sguardo orizzontale.
I pensieri sono i suoi binari e il coraggio la sua benzina. 
La folla grida euforica nel vedere quest'anima pazza che cammina nel fuoco. Pare di assistere a un principio di un'evasione.
Ho incontrato questa dolce meraviglia in una donna con la luna negli occhi. 
È una donna che ha deciso di stare dalla parte dei prigionieri perché ha avuto le catene addosso.
Ha scelto Caino e danza con lui, lo seduce, lo fotografa e insieme, deridono gli incubi.
L'ho vista percorrere la strada di fuoco con un serpente dipinto su un braccio, un antico ricordo di una catena spezzata.
Non prendetela per mano, sarà lei a scegliervi e se la vorrete salvare, sarete morsi da quel serpente che la avvolge e la nutre.
Guardatela negli occhi e offritele un pezzo di verità.
In cambio quel serpente vi cingerà le spalle e vi mostrerà una fessura nel fuoco, dove la luce é bianca e le ombre sono nere.
Le darete un bacio e vi ritroverete soli a percorrere la vostra strada di fuoco.


venerdì 22 marzo 2013

Il filo di Chagall

Questo quadro è la storia di un bacio.
Il pittore si dipinge in volo il giorno del suo compleanno.
Quel mattino la sua futura sposa si è svegliata presto per cogliere dei fiori di campo blu.
Le strade del suo villaggio russo l'hanno vista correre carica di stoffe rosse, cibo e un mazzo di fiori colorato.
La ragazza ha in testa una direzione: una piccola casa di legno sulla riva del fiume, una casa che presto lascerà perché diventerà profuga e i suoi pensieri parleranno una nuova lingua.
Per ora solo le strade conoscono la verità, ma per fortuna tacciono lasciandosi calpestare dai piedi pieni di promesse della ragazza dal vestito nero. 

Il suo festeggiato ha negli occhi il rosso, il blu, il bianco e il nero.
In testa ha dei riccioli che non si taglierà mai.
Si sono conosciuti su un ponte.
Lei ha visto prima un cappello, poi ha sentito una voce: "Sono io! Non avere paura.".
Le prime parole dopo il cappello...E da allora è iniziata una lunga passeggiata.

La promenade


Mi apri la porta dopo che mi hai visto dalla finestra. Mi manca il fiato e ti sorrido.
"Da dove vieni con tutti questi pacchi?". Mi chiedi.
"Indovina che giorno è oggi?".
E tu mi rispondi: "Come fai a saperlo?".
Decoro la tua stanza con le stoffe rosse che mi sono portata da casa, metto uno scialle di seta con caldi motivi orientali sulla parete sopra al tuo letto. Poi mi guardo intorno, ancora con i fiori in mano, alla ricerca di un vaso e i miei occhi non sanno dove posarsi perché mi stai fissando davanti a una delle tue tante tele.

"Rosso, blu, bianco e nero. E volerò con lei." Si dice il pittore mentre si lascia guidare la mano da un soffio...e la mano è trascinata dritta verso quell'attimo che la vede vestita di nero con in mano quel mazzo di fiori.
Nessuna donna prima di lei gli aveva regalato dei fiori.

Non sa se guardarmi negli occhi o fissare la tela. Mi piace la sua delicatezza, quel suo porgermi la sua fiducia e ne rimango sempre sorpreso. Perché mi ha scelto?
Taglio il filo che mi tiene a terra. Sei tu che mi hai dato le forbici. Chiudo gli occhi, volo e ti bacio.

"Ti piace il mio quadro?" Mi chiede tenendo un filo tra le dita.
In lui vedo tracce di un volo passato.
"Certo!" Gli rispondo. "Ma ora siediti e apri il tuo regalo!"


Il compleanno

domenica 17 marzo 2013

Ci sei....e qui sta la bellezza

Parto dal principio che siamo fatti della stessa pasta, é il condimento che fa la differenza.
Osservo spesso la gente, divento trasparente e guardo la vita degli altri con una penna in mano e scopro nuove prospettive. Mi sento come su un fondo di un oceano e guardo le onde dall'interno: hanno una forma rotonda ma la sostanza rimane la stessa. Nello stesso modo, mi ritrovo a leggere vite, interpretando gesti e sguardi degli attori che mi stanno accanto.
Mi ritrovo in un bar di  Zurigo, una cittä che non mi conosce...per questo mi risulta ancora piu' facile sentirmi trasparente. L'atmosfera calorosa aiuta l'osservazione e un vecchio funk anni '70 accompagna i miei pensieri. I tavoli sono piccoli, rotondi e di legno.Il mio, in fondo al locale, ha una rosa in una bottiglia scura e una candela accesa. I camerieri mi sorridono e non sembrano stupirsi del mio scrivere compulsivo su un vecchio quaderno rosso. Quando scrivo sorrido senza rendermene conto, l'ho scoperto un giorno guardandomi allo specchio e mi scuso per questa parentesi di narcisismo...torniamo al bar di Zurigo...
Al tavolo accanto al mio, si trova una coppia di persone mature. Lui ha i capelli grigi, lo sguardo rassicurante e uno stile ricercato. Lei mi sembra meno curata, la trovo stanca ma sorridente. Si tengono per mano e non parlano. Lui le accarezza ritmicamente il polso con il suo pollice. Sembra che quel polso e quel pollice si conoscano da molto tempo.

Le bollicine del Prosecco mi volano nel naso, dritte a stuzzicare la radice dei miei pensieri.

Nello sguardo di lui, colgo la bellezza di lei.

Le bollicine di Prosecco corrono nel bicchiere, in un alcolico movimento ascensionale e il mio libro si apre su una poesia...

"Il tavolo é il tavolo, il vino é vino
nel bicchiere che é un bicchiere
e sta li' dritto sul tavolo.
Io invece sono un'immaginaria, incredibilimente immaginaria,
immaginaria fino al midollo."

Anche io mi sento immaginaria tra questa gente che parla una lingua sconosciuta.
Il cameriere gentile mi ha portato un secondo bicchiere di Prosecco. Perché é accompagnato da un bicchiere d'acqua? Teme che mi ubriachi? Eppure sto solo scrivendo su un tavolo rotondo e tra una frase e l'altra leggo qualche poesia.
Il cameriere é un bel ragazzo con la giovinezza negli occhi; é declinato in chiaro, con i capelli biondi, gli occhi blu e un sorriso aperto.
Sulla carta le persone assumono toni quasi teatrali, le parole scritte le colorano di sogno...sono quelle ascoltate che sono in bianco e nero...e un uomo che mi porta un bicchiere di vino, diventa "declinato in chiaro". Ora sapete perché sorrido quando scrivo...e non sono solo le bollicine di Prosecco che mi fanno i pensieri rotondi...come le donne di Rubens.  
Ah....la coppia innamorata se ne é andata e non me ne sono neanche resa conto...Stavo pensando alle curve. Sono una donna con un corpo di altre latitudini e inevitabilmente mi declino in tondo...e mi piace...

"Il Seicento non ha nulla per chi é piatto" mi dice la poetessa.

Quando nasciamo dovremmo firmare una clausula in cui venga chiesto se siamo favorevoli al luogo e al tempo cui siamo destinati. Sono sicura che un rifiuto ci risparmierebbe qualche fastidiosa sconvenienza.

Decido di andarmene, i due bicchieri di Prosecco colorano i miei pensieri e vanno troppo veloci per raggiungerli con la penna. I colori......sono a Zurigo per incontrare Chagall e il suo blu. E quando mi sto alzando il cameriere declinato in chiaro, mi chiede cosa ho scritto in tutto questo tempo. Rispondo scrivendogli su un tovagliolo di carta l'indirizzo del blog.
Mi chiedo se stasera si riconoscerà nell'uomo declinato in chiaro.

Una cosa é certa. Per un minuto mi ha fatto sentire meno trasparente nei suoi occhi blu Chagall.

venerdì 25 gennaio 2013

Theobroma cacao

Avevo deciso di smettere con il cioccolato.
Una scelta dettata dall'evoluzione che stava subendo la mia pelle : un inedito strato di brufoli stava creando una piccola comunità, nello spazio compreso tra le sopracciglia e l'attaccatura dei capelli. La striscia di popolazione cresceva rigogliosa, con una certa fiducia nel futuro e nel sebo di cui sono una delle principali produttrici in Europa.

Ho avuta la consapevolezza dello stato della mia fronte una mattina in ascensore, solitario e prolifico luogo di riflessione.
Nello specchio ho potuto constatare la nuova geografia del mio viso e non apprezzando i miei nuovi vicini in 3D, ho preso una decisione definitiva: smettere di mangiare cioccolato in tutte le sue forme.
Mai piú cioccolata calda, budino al cioccolato, pane al cioccolato, ovomaltina, caotina, ovetti kinder, tavolette di cioccolato al latte con pepite di miele incastonate, pan di stelle, grisbi e nutella al cucchiaio. 
La decisione era inevitabile davanti all'evidenza e per qualche assurda legge del contrappasso, dalle due del pomeriggio del d-day, ogni essere umano che incrociava il mio cammino d'astinente,  ha iniziato a propormi qualunque delizia di cui me n'ero volontariamente privata per il resto della mia esistenza di sebo-produttrice di alto livello.
Come nei piú prevedibili dei film dell'orrore ero inseguita da orde di sacher torte, minacciata da temibili gianduiotti in tenuta d'assalto, un commando di moeulleux au chocolat mi rotolava sulle rotule e un uovo di Pasqua mi tartinava a terra su un letto di mikado. Venivo pietosamente giudicata da una teutonica torta foresta nera e una pralina si burlava di me chiamandomi "Salamotta al cioccolato".
Stoicamente resistevo, mangiando mele cotogne, dadolata di carciofo, crème de tofu e alghe del Baltico. 
E iniziavo ad abituarmi a questa nuova vita senza cacao.
Stavo assumendo un atteggiamento da mistico guru-forme. Mi vestivo di foglie di melanzane, mi profumavo di estratto di finocchietto selvatico e il mio interlocutore prediletto era un petto di pollo del Valdarno in umido. Predicavo l'astinenza da zucchero complesso disdegnando ogni forma di dolcezza e i miei polpacci si stavano ricoprendo di licheni che ornavo con calze Calzedonia color militare.

La mia nuova dieta stava durando 2 giorni. Ingurgitando prodotti dal sapore inconsistente, mangiavo senza rendermene conto e parlavo ai miei adepti, ruminando foglie di spinaci come fossero foglie di coca per un contadino delle Ande Peruviane. Ero in una specie di trance vegetale e cominciavo ad assumere certi riflessi di cui non avevo memoria. Tra una tisana di alloro e ortica, mangiavo una peperonata con le olive ascolane. Come spuntino mi preparavo un bel annulieddu a lu furnu e giusto prima di andare a dormire, mi stuzzicavo l'appetito con un polpo alla lampedusana e aspettavo la mezzanotte in compagnia di uno sfincione palermitano ( e non é un generoso appellativo per designare un giovane siculo dal fascino indiscutibile...).

Fino alla prova dell'ascensore perché la bilancia ovviamente non é piú contemplata dopo i 25 anni.
Non ho mai avuto una pelle cosí liscia e piacevole al tatto, sará la bagna cauda a colazione o il porcheddu arrostu a merenda, ma i miei pori dilatati non sono mai stati cosí dermatologicamente accoglienti e tolleranti verso la mia nuova popolazione di brufoletti frontali.  


martedì 22 gennaio 2013

"O les jolis silences de nos nuits éveillées..." Daniel Pennac

Ho incontrato un’amica in una poesia.
È un’amica lontana e le scrivo ogni giorno.
Pagine e pagine di me, in quaderni a righe da terza elementare, che si accumulano in un cassetto e che un giorno riceverà per posta.
Le regalo i miei pensieri e ricevo in cambio la sua presenza.
Oggi e venuta a trovarmi in una poesia.
“In un battito di ciglia mi lesse la vita”. *
La mia amica è forte ma non lo sa.
Ha l’arte nel cuore e nelle mani.

Ma il dubbio talvolta l’acceca e si pone mille domande implacabili.
Quando l’ho conosciuta, era schiuma e sogno.

Ora la maternità le ha dato la direzione che tanto cercava.
Non mi manca perché le parlo.
Mi manca perché mi perdo ogni istante della nuova lei.
“Non ho mai visto due persone così distanti e così unite” *
E stasera, leggendo una poesia, la ritrovo, la riconosco, le sorrido e la ringrazio.
Mi ha rimesso la penna in mano e ha colorato i miei pensieri di tutte le tonalità del rosso.
Spero che abbiate una Marianna  nella vita, perché la mia, me la tengo stretta.
Come dice l’autore della poesia, la mia amica
È la piú grande meraviglia.  
   ...  

   É la primavera a novembre.
   Quando meno te l’aspetti


Donne in rinascita” Jack Folla *
" L'amore degli altri" Diego Cugia *


 


venerdì 18 gennaio 2013

E chi lo dice che Penelope tesseva la sua tela?

É noto che il mio punto di vista é squisitamente parziale avendo vissuto in un ambiente gioiosamente popolato da donne.

Grazie a queste donne dalla risata facile, ho imparato ad essere di una parzialità senza scrupoli, perché, francamente, ad essere neutri non ci si diverte.
Se si ha a disposizione un pezzo di vita, tanto vale godersela con un po' di leggerezza irresponsabile, concedendosi opinioni discutibili e, perché no, scriverle, con la presunzione che vengano lette da un pugno di amici consenzienti.

Quando si parla del genere femminile, mi coglie un'incorregibile fierezza e la ragione, é dovuta ad un martello. Saró piú precisa: a un martello nascosto in una borsa a tracolla.

Ma cominciamo dal principio perché i ricordi cominciano sempre con un'immmagine.

Era estate, verso la metà degli anni Ottanta e adoravo fare lunghe passeggiate stringendo la mano di mia madre. 
Sceglievamo un momento preciso della giornata, il primo pomeriggio, quando le strade erano ancora deserte e sentivo l'asfalto bruciare sotto le suole delle scarpe.  
Mi é sempre piaciuto prendere le persone per mano, anche se quando ero bambina avevo una naturalezza che ora mi manca. In quel contatto c'era tutto il senso della maternità: l'appartenenza, la protezione, l'abitudine, il gioco...Quel dondolare del braccio scandiva il tempo e lo spazio. Era un procedere affettuoso e complice.
E quanto cantavo! Durante quelle passeggiate ero un jukebox di otto anni con i pantaloncini rossi e l'apparecchio ai denti.

All'epoca non leggevo i giornali e il mio unico mezzo di comunicazione erano le mie coetanee. Piccole giornaliste che si occupavano di cronaca nera con la stessa perizia di un Bruno Vespa con l'astuccio di Hello Kitty.
 Ovviamente le notizie erano date con una certa drammaticità e ogni giorno si arricchivano di particolari degni di un racconto di Stephen King.
Si era diffusa la voce che si aggirasse per le strade, un maniaco di rara efferatezza, pronto a compromettere ogni barlume di innocenza, lasciandosi alle spalle, secondo il quadro descritto dalle giovani croniste, desolazione, lacrime e sangue.
Presumo ci fosse un fondo di verità perché la leggenda del dissennato, giunse alle orecchie adulte di mia madre, non mi é chiaro per quali canali, ma il tono era altrettanto tragico da provocarle il primitivo bisogno di difendere la prole.
Con quel pragmatismo tipico delle donne della mia famiglia, mia mamma decise di non rinunciare alle passeggiate delle due del pomeriggio.
Decise saggiamente di armarsi, ma non disponendo di una 44 Magnum, la scelta cadde su un'arma decisamente píú artigianale...un solido martello da calzolaio, fedele ed ergonomico.
Ora, mi sorge il dubbio che mia mamma si sentisse una sorta di Tor della provincia brianzola,  ma quel martello che si infilava in borsa come se fosse il piú innocente dei rossetti, mi faceva sentire protetta.
Nessun maniaco poteva sopravvivere a una martellata sul cranio, pensavo stringendo con orgoglio la mano di mia madre.
E ovviamente anche io avrei partecipato con onore all'operazione "Walking in the Summer Storm". Avevo optato per la strategia del morso avendo l'apparecchio, se mia madre poteva essere un dio del tuono, io potevo tranquillamente assumere le sembianze di un crotalo dai denti storti. 

Le persone che ci incrociavamo durante le nostre passeggiate estive, vedevano una tenera scena familiare, una giovane donna sorridente con una borsa a tracolla e una bimba con gli occhiali che cantava candidamente " Sulla cima dell'Olimpo c'é una magica città, gli abitanti dell'Olimpo sono le divinità. Poi c'é una bambina che ancora dea non é, é graziosa e biricchina, Pollon il suo nome éeeeeeeeeeeee."

Fortunatamente, queste persone non avevano neanche il piú lontano sospetto che si trovavano davanti a un commando armato dotato di un preciso piano di attacco: mordi, martella e fuggi.

Quel martello da calzolaio ci accompagnó per qualche mese, ma restó inutilizzato nella borsa a tracolla. É ancora a casa mia, pronto all'uso in caso di pericolo, ora non ho piú l'apparecchio, ma i miei denti sono ancora storti e capaci di una morsa da crotalo.

martedì 8 gennaio 2013

L'amor che move il sole e l'altre stelle (Paradiso XXXIII,145)


Ci sono persone che non resistono alla tentazione di scrivere lettere d’amore.
Fino a ieri usavano frasi degne di una raccolta di testi da citofono, che avevano la complessità stilistica di un “sono io, aprimi…” o di un elaborato, ma altrettanto toccante “ sbrigati che ho parcheggiato in doppia fila”. Fino a ieri…
Ora si servono di parole come crepuscolo, ascoltano bossa nova nella penombra domestica, scrivono con una piuma pensando alla ragazza di Ipanema.
Sorridono a immagini di fumo che si proiettano sul soffitto, quelle stesse che Flaiano diceva nascere alla radice del naso.
E scrivono. Quanto scrivono! Pagine e pagine di sospiri. Cercano l’intimità della sintassi, la leggerezza della punteggiatura e non mancano certo di ispirazione. Come cani da tartufo scovano il destino in ogni risvolto del quotidiano.
Ogni particolare è messo agli atti e minuziosamente segnalato all’Adorabile Interlocutore.
“Assopito dal calore della notte mi rigenero cospargendomi di lacrime. Mi accingo a cogliere i segreti dello scrigno della vita e ti ritrovo in un frutto delicato, lasciato sul mio cammino da un impalpabile destino. Che delizia!”.
E tradotto in linguaggio da citofono:” Mi sono svegliato per andare al lavoro, ho fatto la doccia e qualcuno ha lasciato un resto di torsolo di mela sul sedile del treno delle sette. Che sfiga, mi ci sono seduto sopra.”

Con una penna tra le dita ci si scopre creativi e si perdono gli indugi. La scrittura non ha mediatori, è istintiva, le parole sono strizzate in frasi che ci appartengono, come i ricordi e le convinzioni.
Frequentiamo la poesia che comincia a integrare il nostro lessico famigliare. Si compra un’amaca e ci si dondola sussurrando frasi del tipo “Fatti non foste a viver come bruti”. Rendiamo onore al genio locale componendo un’altra lettera.
E continua il dialogo immaginario con il Magnifico Lettore, ignaro di tutto questo languore, di questo frugare nel cranio alla ricerca della parola incantatrice, della frase che genera la vampata passionale. In questa selva di cuori trafitti anche il più insopportabile carattere, assume una mansuetudine bovina.

Ciò che conta nelle lettere (come nella vita) é l’apertura.
Il catalogo di appellativi è squisitamente variegato. Si spazia dal ”Mia madonnina infilzata” di manzoniana memoria , al teatrale “Mio tragico e ultimo sussulto d’amore”. Dal culinario “Mio selvatico polletto del Valdarno” al mitologico” Mio turgido Apollo”.
E la chiusura è altrettanto pregna di sapori letterari. Ci si puo’ firmare con “Il tuo ventricolo sinistro”, se si ha ancora fiducia nella pompa del sentimento, o “il tuo rotolo di cannella”, se si è portatori di un girovita importante.

Ma non lasciatevi ingannare dallo sguardo divertito che si posa sullo scrittore di lettere d’amore. Mi concedo una punta d’ironia perché ne sono una redattrice inveterata.Siamo tutti dei piccoli Herzog quando ci innamoriamo e non c’è luogo nella memoria che ci spieghi quando abbiamo incontrato tutta questa eloquenza.
Nella nostra testa sfilano frasi nuove. Come Troisi incontriamo Neruda e gli rubiamo un verso perché “La poesia non è di chi la scrive è di chi gli serve”.

Scrivere lettere d'amore é salutare, come ogni incursione nel romanzesco, ma custodite con cura il contenuto e non affrettatevi a trovarne una destinazione.
Come canta Vecchioni: " Quello che conta é scrivere."