venerdì 25 gennaio 2013

Theobroma cacao

Avevo deciso di smettere con il cioccolato.
Una scelta dettata dall'evoluzione che stava subendo la mia pelle : un inedito strato di brufoli stava creando una piccola comunità, nello spazio compreso tra le sopracciglia e l'attaccatura dei capelli. La striscia di popolazione cresceva rigogliosa, con una certa fiducia nel futuro e nel sebo di cui sono una delle principali produttrici in Europa.

Ho avuta la consapevolezza dello stato della mia fronte una mattina in ascensore, solitario e prolifico luogo di riflessione.
Nello specchio ho potuto constatare la nuova geografia del mio viso e non apprezzando i miei nuovi vicini in 3D, ho preso una decisione definitiva: smettere di mangiare cioccolato in tutte le sue forme.
Mai piú cioccolata calda, budino al cioccolato, pane al cioccolato, ovomaltina, caotina, ovetti kinder, tavolette di cioccolato al latte con pepite di miele incastonate, pan di stelle, grisbi e nutella al cucchiaio. 
La decisione era inevitabile davanti all'evidenza e per qualche assurda legge del contrappasso, dalle due del pomeriggio del d-day, ogni essere umano che incrociava il mio cammino d'astinente,  ha iniziato a propormi qualunque delizia di cui me n'ero volontariamente privata per il resto della mia esistenza di sebo-produttrice di alto livello.
Come nei piú prevedibili dei film dell'orrore ero inseguita da orde di sacher torte, minacciata da temibili gianduiotti in tenuta d'assalto, un commando di moeulleux au chocolat mi rotolava sulle rotule e un uovo di Pasqua mi tartinava a terra su un letto di mikado. Venivo pietosamente giudicata da una teutonica torta foresta nera e una pralina si burlava di me chiamandomi "Salamotta al cioccolato".
Stoicamente resistevo, mangiando mele cotogne, dadolata di carciofo, crème de tofu e alghe del Baltico. 
E iniziavo ad abituarmi a questa nuova vita senza cacao.
Stavo assumendo un atteggiamento da mistico guru-forme. Mi vestivo di foglie di melanzane, mi profumavo di estratto di finocchietto selvatico e il mio interlocutore prediletto era un petto di pollo del Valdarno in umido. Predicavo l'astinenza da zucchero complesso disdegnando ogni forma di dolcezza e i miei polpacci si stavano ricoprendo di licheni che ornavo con calze Calzedonia color militare.

La mia nuova dieta stava durando 2 giorni. Ingurgitando prodotti dal sapore inconsistente, mangiavo senza rendermene conto e parlavo ai miei adepti, ruminando foglie di spinaci come fossero foglie di coca per un contadino delle Ande Peruviane. Ero in una specie di trance vegetale e cominciavo ad assumere certi riflessi di cui non avevo memoria. Tra una tisana di alloro e ortica, mangiavo una peperonata con le olive ascolane. Come spuntino mi preparavo un bel annulieddu a lu furnu e giusto prima di andare a dormire, mi stuzzicavo l'appetito con un polpo alla lampedusana e aspettavo la mezzanotte in compagnia di uno sfincione palermitano ( e non é un generoso appellativo per designare un giovane siculo dal fascino indiscutibile...).

Fino alla prova dell'ascensore perché la bilancia ovviamente non é piú contemplata dopo i 25 anni.
Non ho mai avuto una pelle cosí liscia e piacevole al tatto, sará la bagna cauda a colazione o il porcheddu arrostu a merenda, ma i miei pori dilatati non sono mai stati cosí dermatologicamente accoglienti e tolleranti verso la mia nuova popolazione di brufoletti frontali.  


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