martedì 8 gennaio 2013

L'amor che move il sole e l'altre stelle (Paradiso XXXIII,145)


Ci sono persone che non resistono alla tentazione di scrivere lettere d’amore.
Fino a ieri usavano frasi degne di una raccolta di testi da citofono, che avevano la complessità stilistica di un “sono io, aprimi…” o di un elaborato, ma altrettanto toccante “ sbrigati che ho parcheggiato in doppia fila”. Fino a ieri…
Ora si servono di parole come crepuscolo, ascoltano bossa nova nella penombra domestica, scrivono con una piuma pensando alla ragazza di Ipanema.
Sorridono a immagini di fumo che si proiettano sul soffitto, quelle stesse che Flaiano diceva nascere alla radice del naso.
E scrivono. Quanto scrivono! Pagine e pagine di sospiri. Cercano l’intimità della sintassi, la leggerezza della punteggiatura e non mancano certo di ispirazione. Come cani da tartufo scovano il destino in ogni risvolto del quotidiano.
Ogni particolare è messo agli atti e minuziosamente segnalato all’Adorabile Interlocutore.
“Assopito dal calore della notte mi rigenero cospargendomi di lacrime. Mi accingo a cogliere i segreti dello scrigno della vita e ti ritrovo in un frutto delicato, lasciato sul mio cammino da un impalpabile destino. Che delizia!”.
E tradotto in linguaggio da citofono:” Mi sono svegliato per andare al lavoro, ho fatto la doccia e qualcuno ha lasciato un resto di torsolo di mela sul sedile del treno delle sette. Che sfiga, mi ci sono seduto sopra.”

Con una penna tra le dita ci si scopre creativi e si perdono gli indugi. La scrittura non ha mediatori, è istintiva, le parole sono strizzate in frasi che ci appartengono, come i ricordi e le convinzioni.
Frequentiamo la poesia che comincia a integrare il nostro lessico famigliare. Si compra un’amaca e ci si dondola sussurrando frasi del tipo “Fatti non foste a viver come bruti”. Rendiamo onore al genio locale componendo un’altra lettera.
E continua il dialogo immaginario con il Magnifico Lettore, ignaro di tutto questo languore, di questo frugare nel cranio alla ricerca della parola incantatrice, della frase che genera la vampata passionale. In questa selva di cuori trafitti anche il più insopportabile carattere, assume una mansuetudine bovina.

Ciò che conta nelle lettere (come nella vita) é l’apertura.
Il catalogo di appellativi è squisitamente variegato. Si spazia dal ”Mia madonnina infilzata” di manzoniana memoria , al teatrale “Mio tragico e ultimo sussulto d’amore”. Dal culinario “Mio selvatico polletto del Valdarno” al mitologico” Mio turgido Apollo”.
E la chiusura è altrettanto pregna di sapori letterari. Ci si puo’ firmare con “Il tuo ventricolo sinistro”, se si ha ancora fiducia nella pompa del sentimento, o “il tuo rotolo di cannella”, se si è portatori di un girovita importante.

Ma non lasciatevi ingannare dallo sguardo divertito che si posa sullo scrittore di lettere d’amore. Mi concedo una punta d’ironia perché ne sono una redattrice inveterata.Siamo tutti dei piccoli Herzog quando ci innamoriamo e non c’è luogo nella memoria che ci spieghi quando abbiamo incontrato tutta questa eloquenza.
Nella nostra testa sfilano frasi nuove. Come Troisi incontriamo Neruda e gli rubiamo un verso perché “La poesia non è di chi la scrive è di chi gli serve”.

Scrivere lettere d'amore é salutare, come ogni incursione nel romanzesco, ma custodite con cura il contenuto e non affrettatevi a trovarne una destinazione.
Come canta Vecchioni: " Quello che conta é scrivere."  

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