giovedì 3 gennaio 2013

Come la chiamiamo?


« Non si può criticare la vita perché qualche volta non le riesce di banalizzare la gente.»
Philip Roth

Accade che un giorno stai simpatico alla vita e che lei decida di regalarti un nome.
Potrebbe pescare tra le Chiare, le Paole o, in un impeto di ironia, persino tra le Marianne...Un giorno pero' accade  che trascinata da un barlume di sarcasmo, la vita ti scelga un nome che racchiuda in sé un quadrato di verità sfuggita al rigore della linea del tempo.
Non é destino, quello lasciamolo a chi lo vede. Se la vita ti nomina, é per il piacere dell’azzardo, per quella follia del giocatore che gli impedisce di lasciare il tavolo quando le carte sono ancora sul tavolo. La vita osserva beffarda, incuriosita delle traiettorie che puoi percorre con il tuo nome addosso.

Per me ha scelto un nome che non evoca vocazioni da santi da calendario o strusci di sottane da clausura. Nel mio nome non si commemora un martire lapidato sulla via di Damasco o un devoto cristiano appeso a testa in giu’ per gli alluci…Se mi guardo intorno alla ricerca delle prodezze delle mie omonime, il catalogo é popolato da due guerrigliere bombarole, una danzatrice del vento in sovrappeso, un’attempata Romina Power del Maghreb e una fattucchiera telefonica a 25 euro al minuto.
Certo non posso lamentarmi, non mi é capitata la sorte di una Ildebranda, di una Pradella o di una Marmitta. Ho persino letto di una Gratiniana che ha scelto la vita da anacoreta e si é ritirata su un pioppo dell’Aspromonte cibandosi di radici e leggendo l’opera omnia delle Memorie di Torquemada.

Il mio nome é frutto di un lungo viaggio, di un film di Pontecorvo e di un errore di ortografia.

Cominciamo dal lungo viaggio.
Nate in altre latitudini, due persone affidano le loro speranze a un biglietto aereo e un passaporto nella tasca.
Le latitudini cambiano, le radici restano e le due persone si riconoscono in una stazione ferroviaria di una grande città italiana.

Continiamo con il film di Gillo Pontecorvo.
Come prevedibile le due persone che si sono riconosciute decidono di prendere lo stesso treno e, dopo qualche anno, la vita rimescola le carte e ne sceglie una con l’immagine di una bambina con gli occhiali e un sorriso generoso, malgrado i denti storti. Il padre della bambina, per il momento ancora coniugato al futuro, guarda un film sulla guerra d’Algeria e rimane colpito da una donna di raro coraggio, il suo nome é Djamila. Il padre in potenza si addormenta con ancora i fischi delle bombe nelle orecchie e quella sete di giustizia che solo i bei film ti lasciano in corpo.
Il momento arriva. La vita decide e quando decide, le acque si rompono, le valigie si preparano e il respiro si accelera. Il padre ora indossa il presente indicativo e ha già la bocca aperta. Negli ultimi mesi, quando si coniugava al condizionale, aveva immaginato un successore maschio, forte e portatore di geni lontani, ma ora si ritrova tra le braccia una bambina portatrice di femminilità futura.
« Come la chiamiamo ? » chiede l’ostetrica. Il padre abbandona il suo virile erede immaginario e inizia ad amare, al presente e al futuro, quella bambina con gli occhiali (perché da quando ho memoria, io porto gli occhiali).
« Djamila ! Come la guerrigliera di Algeri ».

E finiamo con l’errore di ortografia.
Il funzionario dell’Ufficio Anagrafe ha l’incarico di mettere l’ultima etichetta sul prodotto finito, ti incollano il codice a barre della demografia, puzzi ancora di liquido amniotico e hai già un appuntamento con l’Istituzione.
« Come la chiamiamo ? » chiede il funzionario.
« Djamila » risponde mio padre. Giamila scrive il burocrate, all’italiana.
Immagino che la conoscenza dell’ortografia dei nomi di origine araba non fosse un prerequisito fondamentale per superare il concorso di impiegato comunale alla fine degli anni Settanta.
Quando mio padre si é accorto dell’errore, lo ha trovato divertente, gli é sembrato un buon inizio per questa bambina con gli occhiali, i denti storti e la testa tra due culture.



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